Andrea ci ha portato a vedere vicino a Fano uno dei luoghi di produzione della Simon Gavina e naturalmente ci ha raccontato un po' di questo personaggio.
Andando a sfogliare un libro di casa Morpurgo, ovvero un catalogo di Brera di una mostra a lui dedicata, ho scoperto un po' meglio questa figura. Tra le cose interessanti c'è il ruolo di Lucio Fontana che fece conoscere a Gavina una serie di architetti milanesi che lo influenzarono molto: Marco Zanuso, Pier Giacomo Castiglioni, Luigi Caccia Dominioni, ecc.
La fabbrica che abbiamo visto è stata realizzata da Kazuhide Takahama che è stato uno dei principali collaboratori di Gavina.
Prodi, allora presidente dell'IRI, affidò a Gavina e il suo staff di ripensare all'immagine delle autostrade italiane, il progetto poi si arenò.
Gavina fu promotore di diverse mostre d'arte ed eventi che portarono allu luce artisti poco conosciuti in Italia. Era amico di Marna Abramovic che rea già operativa negli anni '70.
Fondò il centro Duchamp che si dedicava alla riproduzione di pezzi d'arte e di sperimentazione, fondo la Flos, mise in produzione i mobili di Breuer.
Una figura interessantissima attraverso la quale sarebbe possibile ripercorrere e studiare lo sviluppo dell'Italia dopoguerra e il ruolo internazionale che assunse negli anni '60 e '70.
da approfondire:
Virgilio Vercelloni
Gavina e Sgarbi
domenica 2 maggio 2010
nessun ricordo
In questa domenica di fumetti ho letto questo lavoro di Giovanni Marchese (soggetto e sceneggiatura) e Luca Gregorio Patanè (disegni) intitolato "Nessun ricordo". Attraverso la storia di Turi Barresi, siciliano, si narra la vicenda dei campi di lavoro e di rieducazione nazisti dove finirono molti italiani mandati dal sindacato fascitaa lavorare in Germania. In particolare Turi Barresi finì a Reichenau, vicino a Innsbruck. Oggi al posto del campo c'è un centro commerciale e la memoria di questo luogo rischia di essere perduta.
Edito da Tunuè edizioni, 2009, Latina, Italy
www.tunue.com
Edito da Tunuè edizioni, 2009, Latina, Italy
www.tunue.com
berlin. graphic novel
Berlin. La città delle pietre.
E' una storia a fumetti ambientato a berlino durante 1 anno della repubblica di Weimar.
Le tensioni estreme di quel periodo storico legate alle vite quotidiane di personaggi rappresentative delle correnti e dei movimenti dell'epoca.
Il 9 novembre 1918 nasce la repubblica di Weimar dopo le proteste della popolazione che fecero abdicare Willem III, il Keiser.
Da ricordare l'omicidio di Rosa Luxemburg a Karl Liebnecht il 15 gennaio 1919 ad opera del governo da poco insediato che temeva le "derive" comuniste.
L'autore si chiama Jason Lutes, americano.
http://en.wikipedia.org/wiki/Jason_Lutes
In Italia il lavoro è edito da Coconino Press, Bologna.
www.coconinopress.com
E' una storia a fumetti ambientato a berlino durante 1 anno della repubblica di Weimar.
Le tensioni estreme di quel periodo storico legate alle vite quotidiane di personaggi rappresentative delle correnti e dei movimenti dell'epoca.
Il 9 novembre 1918 nasce la repubblica di Weimar dopo le proteste della popolazione che fecero abdicare Willem III, il Keiser.
Da ricordare l'omicidio di Rosa Luxemburg a Karl Liebnecht il 15 gennaio 1919 ad opera del governo da poco insediato che temeva le "derive" comuniste.
L'autore si chiama Jason Lutes, americano.
http://en.wikipedia.org/wiki/Jason_Lutes
In Italia il lavoro è edito da Coconino Press, Bologna.
www.coconinopress.com
venerdì 30 aprile 2010
malaffare1
Ritorno ad aggiornare il blog promemoria, questa volta con una notizia di cronaca che parla dell'intreccio tra politica e imprenditori disonesti. L'imprenditore è Diego Anemone, potente costruttore di Roma che forniva case a politici e persone del Vaticano in cambio di appalti per Grandi Opere ( il giro in cui è coinvolto Bertolaso). In questo caso di cronaca si parla della casa che Anemone, attraverso il suo architetto (che curava tutte queste operazioni) Zampolini (noto a Roma, ha seguito per esempio il restauro della Camera), ha fatto avere al ministro Scajola (colui che definì Enzo Biagi morto da poco "un rompicoglioni") a 900 mila euro (pagati con assegni circolari inferiori a 12.500 euro) invece che a 1 milione 700 mila.
Insomma ultimamente gli architetti hanno un certo peso e un certo ruolo: sputtanare i potenti per i quali hanno lavorato.
mercoledì 10 febbraio 2010
Andrea Branzi e Giappone
"Già nei tempi più remoti i giapponesi avevano l'idea di essere un paese fatto di canne fragili e flessibili, costruito con la carta che prende fuoco, che si sposta e va via col vento, con un'architettura "reversibile e attraversabile", integrata in una natura coltivata; sono i paradigmi di cui parlavo nel Lotus n. 107 a proposito delle mie ricerche sui modelli di urbanizzazione debole, e anche nel dialogo con Stefano Boeri a proposito di una modernità debole e diffusa, che produce trasformazioni territoriali più simili a "favelas ad alta tecnologia" che alle metropoli dell'epoca meccanica."
p. 74, Lotus navigator, intervista di Alessandro Rocca ad Andrea Branzi
"Costruire bene le cose, gli incastri, le lacche, ecc., è un impegno etico, religioso, da cui deriva la loro grande motivazione spirituale nel fare bene le cose materiali, tecniche. Ma il loro impegno nasce sempre dai micro-sistemi ambientali, dalla piccola scala degli ikebana, dai tatami, loro non fanno mai progetti giganteschi, scenari generali, il progetto urbanistico non gli appartiene come idea di disegno territoriale come metafora di ordine.
Quindi, secondo te, Sejima sarebbe la più orientale di questo gruppo di architetti?
Mi sembra che sia come illuminata da una luce spirituale, come lo era a volte Shiro Kuramata. Diciamolo senza retorica, però oggettivamente è vero. Ci sono cose che hanno chiaramente una carica che non ha nulla a che vedere con l'eleganza, che hanno uno spirito di perfezione di radice assolutamente etica, da illuminati, e sempre nelle piccole dimensioni. Infatti nessuno di loro regge il grande progetto urbano, e mi sembra che anche Tadao Ando si perda quando esce dal suo cubetto, mentre Arata Isozaki, che invece è molto più occidentale, ècapace di produrre sistemi più vasti."
p.76
"A me piace moltissimo questa architettura che non ha volto, un po' come nella profezia di Adolf Loos, all'esterno non ha un linguaggio recepibile, è morta, o comunque è una realtà grigia, supporto neutro per altre comunicazioni, non ha più i codici adeguati, però nel suo interno rinasce continuamente."
p.77
"Secondo me loro operano sempre in un grande interno... Tokyo è una specie di grande e unico interno, e quindi fanno oggetti di architettura che sono fuori scala, che sono gli sviluppi perfetti dell'Ikebana. Quindi non fanno riferimento alla città, anzi ne sono l'alternativa totale: cioè un punto di perfezione assoluto dentro un contesto fuori controllo. In questo senso sembrano uasi degli architetti del Rinascimento italiano, che avevano come contesto la città medioevale, cioè il loro opposto. Loro hanno un atteggiamento complessivamente molto drammatico. Gestiscono tutto questo con grande eleganza e con assoluta serenità però sono tra quelli che avvertono di più (forse in forma subliminale) il fatto che i grandi terremoti o i grandi disastri naturali sono delle metafore di altri grandi disastri possibili, dal fallimento complessivo di tutto il sistema economico e politico mondiale; e questa è la cosa che dà loro un senso più vasto, un significato politico più generale, anche nei nostri confronti.
p.80
"Segmenti di architettura, oggetti di architettura. I giapponesi non hanno mai presupposto che la città avesse una forma o che avesse un senso; a partire dall'antica Edo, che era una città fatta sulle risaie, una città che galleggiava, cioè un insieme di costruzioni sconnesse che non si connettono neppure stabilemente tra di loro a terra. Anche il piano utopico di Tange negli anni '50 per la nuova Tokyo, è fatto entro la baia, sull'acqua. Quindi a loro non appartiene l'idea di unità della città. Non gli è mai storicamente appartenuta, e quindi non capiscono nemmeno di cosa si parli a proposito della sua crisi"
p.84
p. 74, Lotus navigator, intervista di Alessandro Rocca ad Andrea Branzi
"Costruire bene le cose, gli incastri, le lacche, ecc., è un impegno etico, religioso, da cui deriva la loro grande motivazione spirituale nel fare bene le cose materiali, tecniche. Ma il loro impegno nasce sempre dai micro-sistemi ambientali, dalla piccola scala degli ikebana, dai tatami, loro non fanno mai progetti giganteschi, scenari generali, il progetto urbanistico non gli appartiene come idea di disegno territoriale come metafora di ordine.
Quindi, secondo te, Sejima sarebbe la più orientale di questo gruppo di architetti?
Mi sembra che sia come illuminata da una luce spirituale, come lo era a volte Shiro Kuramata. Diciamolo senza retorica, però oggettivamente è vero. Ci sono cose che hanno chiaramente una carica che non ha nulla a che vedere con l'eleganza, che hanno uno spirito di perfezione di radice assolutamente etica, da illuminati, e sempre nelle piccole dimensioni. Infatti nessuno di loro regge il grande progetto urbano, e mi sembra che anche Tadao Ando si perda quando esce dal suo cubetto, mentre Arata Isozaki, che invece è molto più occidentale, ècapace di produrre sistemi più vasti."
p.76
"A me piace moltissimo questa architettura che non ha volto, un po' come nella profezia di Adolf Loos, all'esterno non ha un linguaggio recepibile, è morta, o comunque è una realtà grigia, supporto neutro per altre comunicazioni, non ha più i codici adeguati, però nel suo interno rinasce continuamente."
p.77
"Secondo me loro operano sempre in un grande interno... Tokyo è una specie di grande e unico interno, e quindi fanno oggetti di architettura che sono fuori scala, che sono gli sviluppi perfetti dell'Ikebana. Quindi non fanno riferimento alla città, anzi ne sono l'alternativa totale: cioè un punto di perfezione assoluto dentro un contesto fuori controllo. In questo senso sembrano uasi degli architetti del Rinascimento italiano, che avevano come contesto la città medioevale, cioè il loro opposto. Loro hanno un atteggiamento complessivamente molto drammatico. Gestiscono tutto questo con grande eleganza e con assoluta serenità però sono tra quelli che avvertono di più (forse in forma subliminale) il fatto che i grandi terremoti o i grandi disastri naturali sono delle metafore di altri grandi disastri possibili, dal fallimento complessivo di tutto il sistema economico e politico mondiale; e questa è la cosa che dà loro un senso più vasto, un significato politico più generale, anche nei nostri confronti.
p.80
"Segmenti di architettura, oggetti di architettura. I giapponesi non hanno mai presupposto che la città avesse una forma o che avesse un senso; a partire dall'antica Edo, che era una città fatta sulle risaie, una città che galleggiava, cioè un insieme di costruzioni sconnesse che non si connettono neppure stabilemente tra di loro a terra. Anche il piano utopico di Tange negli anni '50 per la nuova Tokyo, è fatto entro la baia, sull'acqua. Quindi a loro non appartiene l'idea di unità della città. Non gli è mai storicamente appartenuta, e quindi non capiscono nemmeno di cosa si parli a proposito della sua crisi"
p.84
venerdì 5 febbraio 2010
Shinjuku simulated city
testo di Toyo Ito tratto dalla rivista JA Japan architects n.3 summer 1991
"Tokyo is evolving more and more into a state that can be defined as "Simulated city". Life is largely predeterminated by consumerism situated in a stage set-like urban space that is perpetualy changing. It is the "Tokyo Nomadic Girls" who enjoy this tipe of life style the most. The live alone and are unrestricted by the old conventions of family life. The hit the keyboards in "intelligent office" (higly computerized office building) during the daytime, and wander into the urban stage set of night life after work with their boyfriends. They eat and drink in the cafebars designed by trendy designers, they shop in departent stores where the latest design items are on display. They go out to the movies, and work out in the gym. For them, cafebars and movie teathers are an extension of their living room, restaurants replace their dinning room. Work out gym is thier garden, and boutique are their walk-in closet. 24 hour convenience stores are their refrigerator. They become the eroines of the superficial, simulative, temporary space that assimilates the glitzy stage set. They are living as if in a dream or fairy tale.
What is the reality of life for them? How can define the meaning of a place of communication among themselves? You are to develop the programmatic proposition that also integrates three differently characterized areas into one dynamic one by connectiong the flow of people, cars and energy.
The final proposal is to be presented by the representation of the building as a physical substance. It is important to re-examine the meaning of making architecture in the simulated context of today through the proposition of physical building."
p.50
"Tokyo is evolving more and more into a state that can be defined as "Simulated city". Life is largely predeterminated by consumerism situated in a stage set-like urban space that is perpetualy changing. It is the "Tokyo Nomadic Girls" who enjoy this tipe of life style the most. The live alone and are unrestricted by the old conventions of family life. The hit the keyboards in "intelligent office" (higly computerized office building) during the daytime, and wander into the urban stage set of night life after work with their boyfriends. They eat and drink in the cafebars designed by trendy designers, they shop in departent stores where the latest design items are on display. They go out to the movies, and work out in the gym. For them, cafebars and movie teathers are an extension of their living room, restaurants replace their dinning room. Work out gym is thier garden, and boutique are their walk-in closet. 24 hour convenience stores are their refrigerator. They become the eroines of the superficial, simulative, temporary space that assimilates the glitzy stage set. They are living as if in a dream or fairy tale.
What is the reality of life for them? How can define the meaning of a place of communication among themselves? You are to develop the programmatic proposition that also integrates three differently characterized areas into one dynamic one by connectiong the flow of people, cars and energy.
The final proposal is to be presented by the representation of the building as a physical substance. It is important to re-examine the meaning of making architecture in the simulated context of today through the proposition of physical building."
p.50
mercoledì 3 febbraio 2010
Hara 1
tesi di dottorato di Federisco Scaroni
"Tornando comunque a parlare di contesto urbano, posso assicurati che i migliori esempi di contesto a scala umana li ho trovati nei più piccoli villaggio che ho descritto. Una parte della mia ricerca è consistita nel comleto rilievo di questi villaggi"
p.142
"A questo riguardo (parlando di Aldilà...) di recente mi sono riletto La Divina Commedia di Dante Alighieri. Mi sono profondamente sorpreso di non aver quasi trovato accenni all'esistenza di finestre nel testo. Ci sono porte e cancelli ma una o due finistre al massimo.[...] Nella letteratura giapponese non si può trovare alcuna descizione di architettura metafisica." Forse in Murakami?
p.141
"Sia quando ho progettato la stazione di Kyoto, che lo Yamato intarnational building a Tokyo, ho immaginato che sull'intera lunghezza della facciata lo spazio si stesse modificando in un tempo brevissimo, proprio perchè credo nel movemento perpetuo. Ho applicato molte volte questo concetto alla mia architettura e la cosa strana è che questo sitema di pensiero progettuale l'ho ritrovato solamente nel modo di pensare giapponese. Ma molti degli studi su tempo e spazio vengono dall'Europa."
p.141
"Se parliamo di contesto urbano, probabilmente hai ragione, ma c'è un problema di fondo in questa logica. I giapponesi tradizionalmente non credono nel "contesto urbano", proprio per la sua transitorietà. Domani potrebbe esserci una demolizione, un terremoto o un incedio a cambiare tutto. Ma in effetti con questo tipo di attitudine mentale si può trovare sempre una verità."
p.140
"Per tornare al problema della scala e del fuori scala in Giappone, la storia del monaco buddista Kamo No Chomei (1155-1216) è un esempio molto interessante di fuori scala cercato che risale al periodo Heian. Egli cercò di insegnare il Buddismo attraverso l'architettura. Egli scrisse un testo chiamato Hojoki (1212), una sorta di diario romanzato, nel quale narra di come la sua casa fosse stata distrutta da un incendio a seguito di un terremoto. Egli decise di ricostruirla ad un decimo della dimensione originaria. Ma il risultato non lo soddisfece e rimediò al suo errore ricostruendola ad una dimensione di un decimo rispetto alla seconda. Di fatto la casa di cui si dichiarò soddisfatto era grande un centesimo della sua casa originale. E questo è un buon esempio di fuori scala in Giappone (ride) [...] Soldamente se percepisci la piccola scala, puoi percepire la più grande scala di tutte, la Natura.
p.139
"Noi giapponesi ammiriamo profondamente la cultura europea. Ma allo stesso tempo, cerchiamo di avere la speranza che gli europei cerchino veramente di capire quello che noi facciamo, come pensiamo."
p.140
"Tornando comunque a parlare di contesto urbano, posso assicurati che i migliori esempi di contesto a scala umana li ho trovati nei più piccoli villaggio che ho descritto. Una parte della mia ricerca è consistita nel comleto rilievo di questi villaggi"
p.142
"A questo riguardo (parlando di Aldilà...) di recente mi sono riletto La Divina Commedia di Dante Alighieri. Mi sono profondamente sorpreso di non aver quasi trovato accenni all'esistenza di finestre nel testo. Ci sono porte e cancelli ma una o due finistre al massimo.[...] Nella letteratura giapponese non si può trovare alcuna descizione di architettura metafisica." Forse in Murakami?
p.141
"Sia quando ho progettato la stazione di Kyoto, che lo Yamato intarnational building a Tokyo, ho immaginato che sull'intera lunghezza della facciata lo spazio si stesse modificando in un tempo brevissimo, proprio perchè credo nel movemento perpetuo. Ho applicato molte volte questo concetto alla mia architettura e la cosa strana è che questo sitema di pensiero progettuale l'ho ritrovato solamente nel modo di pensare giapponese. Ma molti degli studi su tempo e spazio vengono dall'Europa."
p.141
"Se parliamo di contesto urbano, probabilmente hai ragione, ma c'è un problema di fondo in questa logica. I giapponesi tradizionalmente non credono nel "contesto urbano", proprio per la sua transitorietà. Domani potrebbe esserci una demolizione, un terremoto o un incedio a cambiare tutto. Ma in effetti con questo tipo di attitudine mentale si può trovare sempre una verità."
p.140
"Per tornare al problema della scala e del fuori scala in Giappone, la storia del monaco buddista Kamo No Chomei (1155-1216) è un esempio molto interessante di fuori scala cercato che risale al periodo Heian. Egli cercò di insegnare il Buddismo attraverso l'architettura. Egli scrisse un testo chiamato Hojoki (1212), una sorta di diario romanzato, nel quale narra di come la sua casa fosse stata distrutta da un incendio a seguito di un terremoto. Egli decise di ricostruirla ad un decimo della dimensione originaria. Ma il risultato non lo soddisfece e rimediò al suo errore ricostruendola ad una dimensione di un decimo rispetto alla seconda. Di fatto la casa di cui si dichiarò soddisfatto era grande un centesimo della sua casa originale. E questo è un buon esempio di fuori scala in Giappone (ride) [...] Soldamente se percepisci la piccola scala, puoi percepire la più grande scala di tutte, la Natura.
p.139
"Noi giapponesi ammiriamo profondamente la cultura europea. Ma allo stesso tempo, cerchiamo di avere la speranza che gli europei cerchino veramente di capire quello che noi facciamo, come pensiamo."
p.140
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